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La mia Scuola non è il "Cobra Kai" di "Karate Kid"

Sul famoso più famoso luogo d’incontro virtuale dei praticanti italiani di Arti Marziali, il Forum Arti Marziali, mi è capitato di leggere un’affermazione di un Insegnante di Wing Chun di questo tenore: “un artista marziale deve essere capace di ammazzare qualsiasi persona con un pugno solo. […] Lo Sport ti rende incapace di fare queste cose, nello Sport non puoi ammazzare nessuno e quindi non lo imparerai mai. Wing Chun non è uno sport“. Chiara l’affermazione, no? Ora, in qualità di praticante di Wing Chun, mi sono prontamente dissociato (“In qualità di praticante di Wing Chun mi dissocio totalmente dalla visione di quest’Arte Marziale come tesa all’eliminazione fisica di un altro essere umano“). Ne è nato, come immaginerete, un dibattimo molto interessante sulla nostra visione dell’Arte e su quali siano i motivi per cui la pratichiamo.

Nonostante sia stato detto da molti che la palestra non dovesse essere il Cobra Kai, a me è parso di essere in perfetto clima da Karate Kid – Per vincere domani (titolo originale: The Karate Kid), un film del 1984 diretto da John G. Avildsen, con Ralph Macchio (nel ruolo del protagonista, Daniel Lo Russo) ed il mai abbastanza compianto Noryuki “Pat” Morita, il Maestro Miyagi. Perché dico questo? Semplicemente perché la maggior parte dei Maestri italiani ha ritenuto opportuno ribadire che la Arti Marziali sono nate proprio per sopraffare gli avversari… Benissimo, ma se dovessimo praticare tutti con questa idea di fondo, cosa ne uscirebbe fuori?

Per quanto mi riguarda, il Wing Chun, come qualsivoglia Arte Marziale o Sport da Combattimento, non serve solo per imparare a difendersi per strada o sul ring, perché, per quanto ci si possa avvicinare alla realtà, essa non sarà mai riproducibile nella sua totalità, in quanto il caos dello scontro e l’imprevedibilità degli eventi non potranno mai essere messi negli allenamenti. Qualsiasi cosa si pratichi deve servire per star bene con se stessi e con gli altri, in qualunque situazione, abituando il corpo ad un utilizzo più intelligente ed efficace della forza, coltivando la mente, imparando a  migliorare la respirazione e molto altro.

Praticare significa ricercare uno strumento per migliorare se stessi, il proprio corpo come la propria mente, essere in grado di difendere se stessi ed i propri cari. Per me non va praticato il Wing Chun – come nessuna delle altre Arti – per uccidere. Se fosse quello l’obiettivo, consiglierei a tutti i Rambo di dotarsi di ben altri strumenti e di arruolarsi in qualche corpo speciale… Se lo studio di un’Arte Marziale si riducesse al solo “saper picchiare”, allora dovremmo tutti andare ad allenarci per strada, per fare esperienza… Oppure sarebbe bene dotarsi del porto d’armi….

Studiare un’Arta Marziale per me significa percorrere una strada fatta di sudore e, alcune volte, lividi e sangue per migliorare il proprio modo di muoversi durante la vita di tutti i giorni, avendo maggiore sicurezza in se stessi, per via del continuo duro allenamento che si fa in palestra. Per me non si può dividere lo stile interno da quello esterno, perché voglio lavorare su entrambe i lati della persona. Tutta la mia comunità marziale mi conferma che con la pratica costante del Wing Chun sono diminuite le possibilità di incorrere in risse per strada, è diminuita la voglia di far male agli altri e c’è più gioia nel confronto duro, ma sicuro, in palestra. La violenza va rifiutata, per questo pratichiamo in sicurezza in palestra. Ribadisco, per i Rambo c’è la strada.

Come ha scritto e detto più volte il mio Amico, Fratello e Allievo Pasquale Mazzotta, “le arti marziali per retaggio antico tendono anche alla capacità di eliminare l’avversario, a maggior ragione quando si introducono armi.non si prende un’arma se non con un intento ben preciso. A differenza della tigre, l’uomo non dispone in sé di un vero e proprio corpo da predatore, con denti e unghie affilate. Può, perà, usare una spada e una lancia. Prendere una spada e una lancia in mano significa che o l’uno o l’altro, altrettanto armato, dovrà morire.


La mano nuda significa che non abbiamo un’arma e in quel momento non siamo predatori o militari. I nostri pugni possono anche essere molto potenti, ma possono essere usati anche per difesa. Siccome non ha senso oramai parlare di tecniche segrete e potenzialmente letali, giustamente, se interpreto bene il pensiero di Riccardo, e concordo, si prova in modo realistico, simile, per certi versi, a quello sportivo, l’efficacia in sicurezza di una certa gamma di colpi. Come uno sportivo. Ma in queste condizioni, non si parla di uccidere un essere umano e non ci si allena per questo. Piuttosto attraverso un allenamento in sicurezza si cresce tutti insieme (citazione) e, di conseguenza, si migliora anche nell’autodifesa, senza praticare ogni giorno con l’idea di essere dei potenziali assassini, ma divertendosi, piuttosto“.

Ha perfettamente reso l’idea. Se dovessi praticare un’Aarte Marziale per ricercare il modo di uccidere una persona, perderei del tempo, perché potrei allenarmi meglio al poligono di tiro, come scelgono di fare anche alcuni maestri italiani di WingTsun, impensieriti dalla civiltà violenta che ci circonda. Sarebbe entusiasmante vedere gli allenamenti di tutti quelli che si addestrano ad uccidere le persone, magari con i coltelli o con altre armi alla mano. Chissà che tipo di protezioni potrebbero essere usate per l’incolumità dei partner di allenamento…

Io ho notato che nei miei allenamenti più intensi, alcune volte si rende necessario il casco protettivo con la grata per allenare le gomitate a potenza piena. Per i pugni, invece, quello senza grata, anche da pugile, con guanti da diverse once a seconda del peso del praticante e dalle capacità di chi si allena. Sarebbe molto interessante veder allenare le tecniche di attacchi alla gola che troviamo nella sequenza della forma “classica” all’uomo di legno, per esempio, oppure i calci al ginocchio, le varie “dita neglio occhi”, etc. su “bersagli” umani. Chissà, forse si ridurrebbe in un sol colpo – è il caso di dirlo – il numero dei praticanti, magicamente…

Praticare Wing Chun in questa Scuola significa intraprendere un cammino insieme a me, non sotto di me, per raggiungere la comprensione dei Tre Tesori di Siu Lam, 禪 [chán] (Sim in cantonese), 武 [wǔ]  (Mouh in cantonese) e 醫 [yī] (Yi in cantonese): la meditazione, l’Arte Marziale e la medicina, intesa come quella tradizionale cinese. Sono indissolubilmente unite, come recita il motto Saam Bou Sih Yat (三寶是一) [sān bǎo shì yī], “i Tre Tesori sono uno”, tanto per rendere l’idea. Tutto questo non significa che noi siamo arrivati alla comprensione, ma che ci siamo incamminati in questa Via e saremo grati a tutti quelli che vorranno camminare assieme a noi.

Penso che siano molte, ormai, le cose che mi dividono dalla gran parte dei praticanti di Wing Chun, ma in questo contesto penso che mi divida principalmente una considerazione. Io mi alleno quotidianamente per raggiungere alcuni obiettivi che mi sono imposto, migliorando la mia tecnica, così come le mie capacità generali. Alleno quotidianamente alcuni amici per permettere loro di arrivare ai medesimi obiettivi e per far sì che il gap tecnico sia sempre minore, in modo da avere altri amici per divertirsi assieme, scambiando serenamente…


Ora, in tutti gli allenamenti che faccio e guido il minimo comun denominatore è migliorare le capacità combattive, imparando il Wing Chun Kuen, ma una cosa chiarisco sempre a chi si allena insieme a me: io non colpisco alla gola se non al 2-3% di potenza, così come non colpisco gli occhi, i genitali, i punti di pressione, etc. Porto l’allenamento fino al massimo, ma rimanendo in un contesto di sicurezza.

Se dovessi insegnare ad uccidere, così come allenare me stesso per farlo, mi arruolerei in qualche corpo speciale. Io sono contro la violenza ed ho ucciso gran parte dell’ego anni addietro. Proprio per questo la mia pratica marziale è dura quanto lontana da qualsivoglia spinta verso la violenza contro gli altri. Chiaramente insegno quello che so sul controllo degli aggressori, ma, ribadisco, non metto in mano ad alcuno dei miei ragazzi un sistema di combattimento predisposto all’omicidio, semmai un sistema di combattimento che prevede il massimo del controllo del proprio corpo in qualsiasi contesto. Chiudo qui, è tutto.

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