Intervista al Maestro Riccardo Di Vito

Buongiorno a tutti i lettori! 

Sono Pasquale Guido Mazzotta, studente di Suhu Riccardo Di Vito. Molto tempo fa mi era venuta in mente l’idea di intervistare il mio Maestro. Fu quella volta che gli dissi: 
Maestro, ma stai intervistando così tante persone, anche in Italia, che ci vorrebbe qualcuno che intervistasse te. Che ne dici se io ti intervistassi?“.
Questo accadeva quasi 3 anni fa. Finalmente è arrivata l’ora di realizzare quell’idea. Ecco di seguito l’intervista a Suhu Riccardo Di Vito. Buona lettura.
Quando hai cominciato a praticare Wing Chun? Cosa ti ha mosso verso l’apprendimento di questo sistema, invece, per esempio, di altri sistemi nel variegato mondo delle Arti marziali, in particolare Cinesi? 

Instructor Candidate Program - Sam Chian Po

Caro Guido, mi stai dando modo di ripercorrere la mia esperienza nel mondo del Wing Chun e te ne sono grato. Nel 1998 iniziai a praticare dietro il suggerimento di un amico, che oggi è uno dei miei migliori allievi, Damaso Colasante. Diciamo che senza di lui oggi non sarei quello che sono, quindi il ringraziamento è d’uopo. Non c’è una ragione per cui io abbia iniziato questa pratica, se non quella che mi presentai alla palestra in cui insegnava Sifu Michael Fries e mi riempì di pugni in pochi secondi…e fu subito amore! A parte gli scherzi, notai qualcosa di veramente dirompente in quel sistema, anche se poi ho impiegato dieci anni a capire cosa fosse.

La mia storia è pubblica, anche nei dettagli, perché tengo molto ad essere sempre trasparente. Non ho “Sifu ombra” o scheletri nell’armadio. Si può comodamente leggere tutto su www.riccardodivito.it/biografia/. Quello che posso dire in questa sede, aggiungendo qualche riga a quanto scritto lì, è che se non fosse stato per la mia intraprendenza non credo che oggi sarei arrivato dove sono. Sono onesto, senza falsa modestia: credo che non sarei mai cresciuto così tanto se non mi fossi posto tantissime domande e se non avessi avuto come faro guida il ‘dubbio’. Attraverso la continua sperimentazione ed il duro lavoro sono riuscito ad arrivare a buon punto, infatti quando ho incontrato il mio Maestro Lin Xiang Fuk mi sono trovato subito molto bene, contrariamente a quanto accaduto ad altri che provenivano dal sistema del GM Yip Man, con tutte le differenze posturali e quanto altro. Per me è stata la quadratura di un cerchio, non un’altra strada, proprio perché mi ero già discostato tantissimo da quanto mi era stato insegnato.

Hai avuto delle esperienze marziali o comunque formative precedenti il tuo ingresso nel mondo del Wing Chun? In generale ritieni utile far più esperienze prima di abbracciare un sistema marziale ben definito come ad esempio il Wing Chun o più in particolare l’Hek Ki Boen Eng Chun?

Ho frequentato per qualche tempo, non più di due anni, un corso di pugilato a Centocelle, dove abitavo, ma non mi sono mai cimentato con i ring, ottagoni o gabbie. La mia formazione è totalmente basata sul Wing Chun, anche se ho avuto diverse esperienze amatoriali di lotta, che comunque mi hanno aiutato a sbloccarmi da certe rigidità dei sistemi insegnati fino a qualche anno fa in Italia. Sono completamente convinto che se si vogliono acquisire le potenzialità dell’Hek Ki Boen Eng Chun Pai bisogna praticare solo quello sin dall’inizio. Contrariamente a quanto sostenuto da altri Maestri, non ritengo l’HKB la punta di una spada, ma una spada completa, che non necessita di altri apporti. L’unica cosa che si potrebbe abbinare a questo sistema, per cultura personale o per poterlo utilizzare in contesti sportivi, è lo studio della lotta a terra, che non c’è. Altre esperienze, per concludere, si possono e, per certi versi, si devono fare, per capire se la strada intrapresa è quella corretta e giusta per sé, ma una volta scelta, possono essere esclusivamente delle occasioni per testare il proprio percorso, non certo per prendere un pezzetto qui ed uno lì, per poter continuare a barcamenarsi, quando non si ha una guida.

Hai mai partecipato a delle competizioni? Pensi che possa essere utile allo sviluppo del Wing Chun o in genere dei praticanti? 

Non ho mai partecipato a competizioni sportive né lo farò mai. Non è mai stato tra i miei interessi. Probabilmente potrebbe essere utile per alcuni praticanti, per rendersi conto del proprio livello di abilità tecnica, ma, in linea generale, la strada della ‘sportivizzazione’ non mi ha mai convinto. L’Arte Marziale è una ricerca del superamento del proprio limite, ma quando si entra sull’ottagono cambia totalmente la prospettiva. Lì si entra per vincere, per il titolo, per i soldi o per la fama, quindi si tratta di un’inversione totale di rotta rispetto a quanto abbiamo deciso di fare nel momento in cui ci siamo inseriti nell’alveo di questa Tradizione. Ciò non significa che i miei studenti non combatteranno mai in questi contesti. Qualora si presenterà l’occasione, ne discuteremo in famiglia. Se si deciderà per aprire le porte alla competizione sportiva, prepareremo i ‘fighter’ esattamente come fanno tutti gli altri ‘coach’ di sport da combattimento. Se si guardano bene i video delle competizioni sportive, però, si nota un appiattimento non indifferente del bagaglio tecnico, perché in quell’ambito la funzionalità è già stata portata al massimo attraverso una sperimentazione continua e costante. Non vorrei mai ridurre il nostro baglio o modificarlo per quel contesto, ma se qualcuno si dovesse trovare a farlo, non avrei problemi ad aiutarlo e sostenerlo.

Qual è l’ostacolo più grosso secondo te nell’apprendimento delle Arti Marziali per chi vi si accinge? Quali sono state in particolare le difficoltà che tu hai incontrato?

Non so dire delle altre, ma in generale vedo che molti si avvicinano alla nostra guardando i film. Ecco, credo che l’ostacolo grosso sia abbandonare ciò che si vede e lasciarsi andare al sentire. In linea di principio, oggi non si fa altro che riprodurre una tecnica, una forma o una sequenza, ma pochissimi riescono a percepire e sentire cosa accade in profondità. Probabilmente è anche ‘colpa’ della società che abbiamo costruito e quindi non è di uno o un altro individuo, ma è chiaro che questo estremo razionalismo non fa altro che diventare un blocco quando si pratica un’Arte Marziale così interna e profonda. Nel mio percorso precedente l’HKB avevo grossi problemi nel memorizzare le sequenze e mi mancava un filo conduttore coerente, che mi potesse liberare da certi formalismi. Da quando ho conosciuto il mio Maestro Lin Xiang Fuk, invece, ho avuto difficoltà ad innalzare il mio livello di utilizzo del Vero Intento, parte su cui sto attualmente lavorando. Purtroppo ci sono cose che vengono subito, altre meno, ma è il bello della nostra ricerca. Se fosse tutto facile, non faremmo di tutto per praticarla.

Ritieni che una conoscenza della cultura orientale sia necessaria, o quantomeno, abbia un suo ruolo nell’apprendimento di un’Arte Marziale creatasi e sviluppatasi in un alveo culturale differente dal nostro? E ritieni che l’interesse di un occidentale verso un’Arte Marziale Orientale, in particolare di un’arte così complessa come quella che tu insegni, e che richiede gran controllo del proprio corpo, si possa giustificare massimamente con il desiderio di far proprio uno stile di vita diverso? Oppure sono necessari altri tipi di stimoli per l’apprendimento? Ad esempio lo spirito di competizione? 

Sicuramente è importante conoscere la cultura orientale per uno studente, perché si riescono a cogliere prima tante sfumature di questa meravigliosa Arte. Per un Insegnante è davvero molto importante, se non fondamentale. Non sopporto più, per esempio, quelli che ripudiano questa cultura e che hanno ‘occidentalizzato’ il Wing Chun, facendone solo movimento e gesto esterno, così come quelli che dicono di ‘odiare i cinesi’, quando poi vivono grazie a questa cultura fantastica. Per quanto riguarda la seconda questione, ti posso dire che molti studenti non si accontentano dell’apprendimento della mera tecnica. Questo mi fa davvero piacere, perché se si trova giovamento nel cambiare il proprio stile di vita (in meglio), io sono orgoglioso di poter aiutare la trasformazione. Questo non fa di me una guida spirituale, ma un Suhu. Io ne accetto oneri e onori, in tutto e per tutto. Tento sempre di essere d’aiuto in qualsiasi momento per qualsivoglia problema, proprio in virtù del mio ruolo, che non è solo quello dell’insegnante della palestra X o Y.

La competizione è una cosa positiva, fa bene, a meno che non diventi il fine e prenda il posto del ‘tutto’. Allenarsi duramente per raggiungere il proprio obiettivo è fondamentale, ma se questo diventa lotta per un titolo, per una cintura, per la vittoria sull’altro e non contro se stesso, allora non mi sta più bene, rientra in un campo che non ci appartiene.

L’Hek Ki Boen Eng Chun Pai si sta diffondendo pian piano nella penisola. Sono molte le persone entusiaste di questo sistema di Wing Chun che proviene dal Fukien. Tuttavia vi sono anche molte persone che lo criticano. Cosa ti sentiresti di dire a queste persone, rispetto alle resistenze nell’accettare un qualcosa che è relativamente nuovo al pubblico occidentale e in particolare italiano?

Ho letto diverse critiche, spesso mosse da rancori personali che da valutazioni oggettive. Che dire? Anche io pensavo la gran parte delle cose che sono state dette e scritte su internet, poi mi sono ricreduto conoscendo il mio Maestro e praticando seriamente Hek Ki Boen Eng Chun. Non posso far altro che invitare tutti a fare questa esperienza, senza pregiudizi. Se poi non dovesse piacere, come è normale che sia (altrimenti diventerebbe Repubblica HKB Italia…ahahah!), amici come prima. Non vogliamo convincere nessuno, ma è chiaro che se una critica viene mossa per partito preso lascia solo il tempo che trova: noi non ne abbiamo da perdere, quindi la ignoriamo.

Quali sono i traguardi che ti poni personalmente in questo tuo cammino nel HKB Eng Chun? Cosa ti auguri in termini di Scuola? Quali sono le personali responsabilità che senti gravare sulle tue spalle?

Il traguardo? Non averne uno! Non so dove potrò arrivare. Mi basterebbe rappresentare degnamente il mio Maestro e diffondere il sistema in modo serio. Per la mia Scuola vorrei che potesse dare posti di lavoro a tanti giovani bravi candidati istruttori, prima di aprirne altre sempre a Roma e altrove, dove poter insegnare HKB Eng Chun a tutti, dando l’opportunità di far parte di una tradizione davvero ininterrotta. Il ruolo di responsabile nazionale, insieme a mio fratello di kungfu Gianluca Giusto, mi pesa non poco, perché devo dedicare tanto tempo alla formazione di altri insegnanti e all’organizzazione. Però è un ruolo che mi onora e che devo comunque portare avanti, quindi lo faccio a testa bassa.

Qual è la tua visione generale sul mondo del Wing Chun attuale? 

Penso che il Wing Chun sia quasi estinto. Abbiamo centinaia di corsi, insegnanti, maestri e varianti, ma il più delle volte ci troviamo di fronte a reinterpretazioni personali, che si discostano nella forma e nei contenuti dagli insegnamenti dei propri Maestri. Questo significa che sta diventando uno stile personale, non più un sistema funzionale. Il Wing Chun purtroppo o per fortuna non ha codificazioni ritualizzate come altri stili. Proprio per questo lo considero un sistema, cioè un motore. Se lo rendi uno stile, dedicandoti solo alla forma e poco alla sostanza, lo distruggi. Ecco, questo è quello che vedo io: è stato ritualizzato, deturpato, schematizzato e depotenziato.

Il tuo cammino nel mondo del Wing Chun non è stato lineare. Hai girovagato, per i più vari motivi di cui qui non ti chiederò, attraverso varie organizzazioni. Hai conosciuto diversi Maestri. Cosa in particolare ti ha attratto quando hai conosciuto SuKong Lin? Cosa lo ha differenziato da altri perchè ti sentissi di chiedergli il Bai Si (*la cerimonia con cui lo studente chiede di essere ammesso nel ristretto circolo dei discepoli diretti) e di definitivamente archiviare il resto? 

Non ho segreti né scheletri, come dico sempre, quindi sono sempre pronto a dire cosa mi ha portato a cambiare strada. Per quanto concerne Suhu, sin dal primo momento mi ha attratto il fatto che fosse cordiale e per niente ‘lontano’. Non si è mai voluto sentire né si è mai presentato come Gran Maestro, ma sempre come praticante. A parte questo, è il primo che è andato dritto al sodo, senza mezzi giri di parole: per imparare HKB devi farti il mazzo, quello vero, grosso e senza scorciatoie. Qui non è questione di forme o sequenza, ma di duro lavoro, come piace a me. Ecco cosa mi ha fatto capire che sarebbe stato il mio Maestro. Diciamo che i Bai Shi è stato offerto. Suhu mi ha chiesto se avessi il piacere di diventare “allievo a porte chiuse”, come si dice tradizionalmente, perché ci siamo trovati subito benissimo insieme e perché (penso) vide quanta passione mettessi nella pratica e nell’insegnamento. Anche nel passato avevo valutato l’ipotesi di farlo ad un altro Maestro, ma poi ritirai questa richiesta – cosa tra l’altro davvero poco carina e tradizionale, lo ammetto -, perché mi resi conto che stavo agendo sull’onda dell’iniziale emozione, più che per un convincimento profondo. Sono contento di aver riservato quest’atto formale al mio Maestro Lin Xiang Fuk.

Per chiudere, una domanda tecnica. Quali sono gli aspetti tecnici e mentali, qualli quelli morali, su cui maggiormente si focalizza la tua Scuola?

Per quanto riguarda l’aspetto morale, tutti i miei Allievi devono seguire un codice di condotta molto serio e preciso, che viene consegnato all’atto di ammissione. Se in qualsiasi momento del loro percorso formativo escono fuori da questo codice, vengono espulsi, come è successo anche recentemente. Non ho problemi ad allontanare chi non rispetta le regole. Sugli aspetti mentali potrei scrivere un libro…diciamo che la cosa che più mi preme è la rinuncia all’ego. Più ci si discosta dalla visione egoistica ed edonistica di questa società più si può arrivare vicino all’Hek Ki Boen Eng Chun, al suo cuore. Soltanto liberandosi di questi orpelli si può volare. In sostanza, l’importante è non bearsi dei risultati ottenuti, delle vittorie o delle sconfitte. Il bello di questo viaggio è il viaggio stesso.

A livello tecnico è il detachment, il distacco, il cuore del sistema su sui dobbiamo porre l’accento. Se non andiamo verso questo distacco, è difficile acquisire le capacità tipiche dell’HKB, in special modo il trasferimento d’energia di impulso. Sicuramente è importante ricordare che il nostro fine è rendere felici i praticanti. Questo significa rimuovere lo stress o gli elementi negativi e donare serenità attraverso la pratica. La frequentazione della Scuola non deve essere solo l’attività limitata all’attività fisica di quelle ore di pratica, ma una vera e propria vicinanza e partecipazione ad una comunità di persone con attitudine positiva. Ecco che, infatti, ci si scambiano favori, possibilità lavorative, passaggi in auto per raggiungere la Scuola, oppure anche solo gesti di affetto e sorrisi, in un ambiente davvero sano e salutare. Non solo una Scuola di Arti Marziali che fa della Massima Efficienza il proprio punto cardine, ma anche un punto di ritrovo comunitario per chi abbia voglia di scambiare entusiasmo ed energia positiva!

Onorato per l’intervista concessa. Sicuramente questa intervista contribuirà ad avere una visione più chiara sull’HKB da parte del pubblico dei lettori e sulla particolare visione che hai di queste nostre amate Discipline. Grazie.

Grazie a te di avermi dato l’opportunità di fare ulteriore chiarezza! Ed ora…Sam Chian Po! Eh eh eh…

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