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Intervista a Luigi Rossi

Oggi incontriamo il Maestro Luigi Rossi, fondatore della Scuola dell’Acqua Wing Txun.  
Ci puoi dire qualcosa sulla tua vita?  
Sono cresciuto in una famiglia in cui sia mio padre che mia madre uscivano di casa molto presto per andare al lavoro e tornavano tardi, per cui ero lasciato essenzialmente a me stesso per tutto il giorno. Gli amici dell’epoca mi fecero conoscere l’ambiente dei tifosi più accaniti e violenti “della curva” (romanista) e divenni anch’io uno di loro. Devo quindi dire che purtroppo, pur essendo di buona famiglia e con niente che mi mancasse, per le ragioni che ho detto ero una testa calda e sono cresciuto in strada. Fortunatamente, due eventi hanno cambiato questo corso di cose: l’incontro con la ragazza che poi è divenuta mia moglie che dimostrando grande pazienza è riuscita a tirarmi fuori da quell’ambiente e – in secondo luogo – l’incontro proprio con il WX. Voglio sottolineare che a contribuire al mio cambiamento interiore non è stato l’incontro con un’arte marziale qualunque, perché io già praticavo full contact. Invece è stata proprio l’impostazione che richiedeva il mio primo insegnante (sifu Fries) a provocare questo mutamento. Fries insisteva molto sull’aspetto della gestione delle situazioni da strada: non essere aggressivo e non aggredire, bensì imparare a difendersi quando necessario e non perché siamo stati noi i primi a provocare. Questo ha cambiato la mia mentalità: ho smesso di essere un attaccabrighe, passando dalla logica dell’aggressore a quella dell’eventuale aggredito. Come facilmente comprensibile, ciò comporta una visione interiore completamente diversa dell’approccio della persona alle situazioni di potenziale scontro fisico. 
Quando hai iniziato a praticare Arti Marziali?  
Ho iniziato a fare WX nel 1989. Prima, da ragazzino, avevo praticato judo (fino al grado di cintura blu) e in seguito full contact (dai 16 anni e per i sette successivi). I miei risultati nel full contact erano di buon livello: ho partecipato a diversi campionati regionali e poi nazionali, un anno arrivando terzo agli assoluti. Poi accadde che nel corso di una preparazione per una gara di full contact presi un colpo d’incontro dal mio sparring partner, il che mi provocò una frattura scomposta al setto nasale, con un periodo di allontanamento dalla palestra di 6 mesi, per la post-degenza. Quando tornai a praticare full contact avevo già conosciuto sifu Fries che ben presto mi fece nascere l’amore per il WX. Così abbandonai il full e passai alla nuova arte. Nel 1991 divenni istruttore di WX e l’anno successivo aprii il mio primo corso come insegnante e sempre nel 1992 il wx diventò la mia unica professione.   
Con chi iniziasti a studiare lo stile WingTsun? 
Come ho già avuto modo di dire, il mio primo insegnante è stato sifu Michael Fries. A quel tempo egli era il responsabile per Roma di una grossa organizzazione internazionale di WX. Ciò mi ha dato modo di partecipare ben presto a stage e incontri tecnici che ampliavano i limiti connessi ai frequentatori di una sola palestra, nel senso che avevo spesso modo di confrontarmi tecnicamente con praticanti di tutta Italia. Questo aspetto, senza dimenticare quello parallelo delle amicizie e conoscenze che nel corso degli stage venivano a maturarsi sul piano personale e relazionale, ha indubbiamente contribuito positivamente alla mia crescita nel WX.   
Chi sono stati i tuoi Maestri nel passato?  
Quasi subito, all’epoca di sifu Fries, iniziai ad allenarmi a Livorno. Qui, come referenti tecnici per gli stage c’erano il Maestro Kernspecht e il Maestro Leung Ting. 
E chi è il tuo attuale Maestro? 

Per rispondere a questa domanda devo fare una premessa, necessaria per evitare di essere considerato una persona presuntuosa o poco riconoscente. Io mi sono staccato dall’organizzazione nella quale ho iniziato a praticare WX, per ragioni tra le quali spiccano quelle di carattere tecnico. Non mi riconoscevo più in ciò che veniva insegnato e trovavo fossero necessarie delle profonde modifiche se si voleva che i principi dell’arte dovessero – come credo – essere rispettati. Per questa ragione, avvalendomi dell’esperienza maturata e delle personali considerazioni critiche che si erano sviluppate parallelamente ad essa, ho elaborato una mia interpretazione del WX che – appunto – tiene in gran conto i principi dell’evitare la forza dell’avversario e del conservare quella che chiamo “lucidità” nei movimenti. In base a questa lunga premessa, non posso più dire di avere un maestro di riferimento. E questo – ripeto – non perché non riconosca chi mi ha fatto crescere nel mio percorso marziale ma perché ho elaborato personalmente e indipendentemente ciò che pratico e insegno oggi.   
Come si può diventare SiFu nella tua associazione? 
Il primo requisito è l’aver conseguito il secondo grado tecnico da almeno un anno e avere degli allievi diretti. Non è importante il loro numero ma è richiesto che essi abbiano un regolare inquadramento all’interno di un corso collettivo o individuale. Questo per il significato stesso del termine sifu (=padre): non si può essere padre se non si hanno dei figli (allievi). Il secondo requisito è avere una visione comune e sinergica alla mia circa gli obiettivi e le metodologie didattiche all’interno della Scuola. Un sifu non può agire solo per proprio conto e interesse, bensì deve perseguire il bene dell’intera organizzazione. E’ ovvio e normale che un sifu abbia le proprie inclinazioni ed i propri interessi personali ma è altrettanto evidente che tali interessi non possono porsi in contrasto con quelli della Scuola.   
Quante ore ti alleni al giorno? 
Attualmente mi alleno 3, al massimo 4 ore al giorno. Fino a qualche anno fa mi allenavo di più, ma si trattava di un lavoro diverso, in un certo senso più “meccanico”, derivante come ho detto sopra da un’impostazione completamente diversa (e che ho trovato progressivamente sempre meno soddisfacente) del WX. Oggi l’impegno psico-fisico e il grado di concentrazione sono diversi, senz’altro superiori, in quanto la caratteristica della mia Scuola è una grande attenzione ad ogni singolo movimento e alla lucidità mentale che lo deve necessariamente accompagnare. Ogni istante richiede la massima attenzione e “presenza cosciente” in chi sta praticando, perché ogni movimento deve essere perfettamente controllato dalla volontà e comporta la possibilità di modificare in ogni istante gli obiettivi e le finalità del movimento stesso. Io non insegno mosse o sequenze di mosse prestabilite, quindi è facile comprendere che ogni situazione richiede un’attenzione “fresca” ed elevata, sia visiva che tattile. Lo sforzo è tale che al termine di ogni lezione sono esausto e 3-4 ore al giorno sono il massimo che ritengo giusto permettermi per un allenamento di qualità, sia mio personale che con gli allievi. A completamento di queste riflessioni, devo dire che in passato ho gestito classi anche di 20 praticanti, il che mi permetteva, nei momenti in cui passavo tra i vari gruppi per controllare il loro lavoro, di godere di momenti – per così dire – di pausa. Ora invece mi dedico esclusivamente agli allenamenti individuali, in cui sono chiamato in prima persona a muovermi e concentrarmi con l’allievo cui sto facendo lezione. In altri termini, non ho pause in cui supervisiono il lavoro altrui, ma lavoro costantemente e senza interruzione con il singolo allievo. Sono quindi preso sia fisicamente che mentalmente al 100% del tempo che dedico all’allenamento. In un senso più ampio, vorrei aggiungere che benché da solo non mi alleni, la mia giornata è permeata dal WX. In un certo senso “non stacco mai la spina”. A casa, in motorino nei miei spostamenti e persino nelle occasioni sociali, cerco di muovermi in un modo coerente con il mio modo di muovermi in palestra. Questo può apparire strano, ma il WX è la mia vita e io credo molto in quello che faccio. In questa prospettiva, può apparire meno strano se dico che anche in motorino bado a un certo tipo di rilassamento muscolare, alla mia postura, alla capacità di non irrigidirmi e restare invece reattivo. Per me il WX è innanzitutto lucidità mentale e uno stato fisico che permette di agire prontamente e senza doversi prima “mettere in guardia”. Quindi sono io che ora faccio la domanda: quanto mi alleno al giorno? 
Hai mai combattuto in contesti sportivi? Quando, dove e con quali risultati? 
La domanda non si può riferire al WX, perché in massima parte nel WX non sono contemplati tornei di questo tipo. I recenti tentativi di inserire il WX in circuiti agonistici non li considero, perché non fanno parte della mia filosofia dell’arte. Quindi la risposta è No. Per il resto, ho già risposto in precedenza, quando ho accennato ai miei trascorsi nel full contact.   
Quante ore a settimana dovrebbe praticare uno studente per progredire in maniera seria?  
Qui le chiedo cortesemente di permettermi di rispondere ponendo la sua domanda all’interno di un discorso più generale. Secondo me la prima cosa da chiarire riguarda non la quantità, bensì la qualità dell’allenamento. Purtroppo in giro vedo molti discorsi basati sulla quantità, in cui la qualità è data per scontata, mentre non è affatto così. Se lo stile di WX si fonda su di un approccio coerente, in cui in ogni singolo movimento sono rispettati i principi dello stile, ci possono essere praticanti che si allenano con me anche solo una volta al mese con buoni risultati, nel senso che i loro progressi nello stile sono apprezzabili ed evidenti. Questo perché qualunque tipo di tecniche stiano allenando in un certo momento, esse vanno ad arricchire anche le tecniche che al momento non vengono allenate. Mi rendo conto che quanto sto dicendo può apparire di difficile comprensione ma va tenuto presente che nel mio approccio tout se tient: ogni tecnica allena anche le altre, perché si fonda sull’attenzione maniacale per gli stessi principi che supportano nel medesimo modo e grado tutte le altre tecniche. Il fatto è che noi alleniamo principi, prima ancora che tecniche. Faccio un esempio. Il modo di gestire il movimento del corpo è per noi della massima importanza. Se alleno una tecnica di attacco che rispetta il giusto modo di muovermi, ne trarrò giovamento anche quando farò esercizi di chi-sao, perché non tratterò quest’ultimo come una cosa “a sé stante”, bensì inserita in un approccio in cui mi devo necessariamente muovere in un certo modo. Tenuto debito conto del livello qualitativo complessivo dell’allievo, io non ammetto che eserciti una tecnica “dimenticando” quanto ha già imparato esercitando le altre. Un altro esempio: se alleno un attacco che comporta un contatto, dovrò saper gestire quel contatto a seconda del mio livello nel chi-sao. Non ammetto che un allievo che ha già una buona esperienza di chi-sao “regredisca” a una gestione più elementare. Se quindi l’allievo in quel periodo si sta allenando correttamente nel chi-sao, questo alzerà il suo livello complessivo anche nella gestione dell’attacco con contatto. In altri lineage di WX capita di veder allenare in modo separato tecniche e combinazioni, tanto che poi c’è una certa difficoltà a ricondurle ad un’ unicità di gestione. Ovvio che in queste Scuole la quantità di allenamento sia un metro assoluto o perlomeno serva a giudicare quanto un allievo è bravo in quella singola tecnica. Si progredisce – per così dire – per compartimenti, per capitoli. Il problema è che se l’allievo non è abituato a considerare quello che pratica come un tutt’ uno, in cui sempre tutti i principi a fondamento della sua arte sono rispettati, progredirà in modo discontinuo, portandosi gli errori di impostazione da una tecnica all’altra. Avendo sottolineato fino ad ora che l’allenamento deve obbligatoriamente essere di alta qualità, resta inteso che se a questa si accompagna la quantità, tanto meglio. Io alleno tanto persone che vedo una volta la settimana, quanto altre che oltre a far lezione con me hanno a propria volta degli allievi, con i quali si allenano di conseguenza. Nella mia Scuola ci sono praticanti che si allenano anche 5 volte per settimana, poiché gestiscono più corsi e hanno anche allievi privati, per cui in complesso praticano per 8-10 ore la settimana, non tenendo conto di quanto possono poi fare aggiuntivamente a casa loro, in privato. È chiaro che in questi casi i loro progressi saranno più significativi. Ci sono poi gli stage mensili e le sessioni di esame in cui gli istruttori sono chiamati a dare il loro contributo. C’è quindi chi si allena anche 45-50 ore al mese. Ma il punto fermo per me rimane la qualità di quello che si fa. Mentre è possibile, benché limitativo, allenarsi in qualità e non in quantità, il viceversa non produce nessun risultato, nel senso che si rischia di fare per ore e ore cose sbagliate. Un po’ come accade con la tela di Penelope: la quantità non supportata dalla qualità cancella i progressi ottenuti e non consente un miglioramento effettivo nel mio modo di intendere il WX. In sintesi: quantità di allenamento, preparazione fisica, forza, velocità e aggressività sono tutti elementi importanti ma assolutamente aggiuntivi alla qualità di quel che si allena. Essi contribuiscono in maniera importante alla crescita dell’allievo ma senza la qualità rappresentano solo una perdita di tempo. Esiste ed esisterà sempre quello più forte, più veloce, più aggressivo di noi. Se quindi queste nostre caratteristiche non sono supportate dalla qualità della nostra tecnica, saremo sempre destinati a soccombere. Negli anni, poi, la nostra fisicità è naturalmente destinata ad affievolirsi, per un naturale processo di invecchiamento. Cosa ci resterà, se non abbiamo una tecnica che invece può crescere sempre, anche a 60 anni?   
Cosa ne pensi degli altri SiFu e dei loro metodi di insegnamento, nelle altre associazioni e Famiglie di Wing Chun? 
Dividiamo innanzitutto il mondo cui lei fa riferimento in 4 gruppi di persone. Il primo gruppo è formato da persone che conosco direttamente, con le quali ho condiviso a Livorno, nel corso dei miei 16 anni di appartenenza alla stessa organizzazione, dei momenti importanti della mia vita marziale. A questo gruppo appartengono tra gli altri sifu Paolo Delisio, sifu Michele Stellato, sifu Gianluca Cesana e sifu Carlo Bernardi. Questi ed altri avranno sempre un posto speciale nei miei ricordi, perché con loro ho condiviso periodicamente momenti marziali e conviviali importanti. Un secondo gruppo è formato da persone che conosco molto bene sotto il profilo umano e marziale perché sono stati miei allievi, anche se ora essi magari sono insegnanti di altri stili, di altri lineage. Soprattutto a Roma, di appartenenti a questo gruppo ce ne sono molti. Alcuni nomi sono Stefano Lucaferri, Alessandro Messina, Fabrizio Screpante, Enrico Toro, Antonio Pantaloni e Simone Pietrobono. Voglio sottolineare che nella stragrande maggioranza dei casi queste persone si sono allontanate da me non per problemi con il sottoscritto, bensì per un certo livello di incomprensione con i vertici dell’organizzazione che io all’epoca rappresentavo a Roma. Quindi, quando costoro hanno avuto la possibilità di andarsi ad allenare con qualche maestro di un certo livello di altre organizzazioni, lo hanno fatto. Sia pure – mi piace ricordarlo – a malincuore. Nel medesimo gruppo inserisco anche coloro che sono rimasti nella mia organizzazione di origine anche quando me ne sono andato io: Enrico Tosini, Massimiliano Forti e Resurrection Jules. Il terzo gruppo è formato di persone che non conosco personalmente ma che si allenano nelle loro rispettive Scuole e lineage con convinzione, dedizione e amore; e che mostrano rispetto nei confronti degli altri lineage e Scuole. Nel quarto gruppo metto quelli dotati di ignoranza tecnica e stupidità caratteriale, in genere direttamente proporzionali ad una buona dose di arroganza infantile. Questi purtroppo esistono, anche se il loro livello tecnico e umano è in grado di impressionare solo i loro (pochi, quando non pochissimi) allievi. Non a caso, credo che costoro nel panorama del WX italiano contino meno di niente, benché si diano un gran daffare a forza di urla e strepiti per far capire che esistono. Ritengo che, per fortuna, gli appartenenti al quarto gruppo siano una sparuta minoranza. Le prime tre categorie godono del mio rispetto, anche se hanno un’interpretazione del WX molto distante dalla mia. Da questa diversa interpretazione deriva anche quello che penso dei loro metodi: non mi permetto di giudicarli.   
Possiamo sapere la differenza tra il tuo Wing Txun e le altre interpretazioni? 
Provo a rispondere riportando le parole di un mio allievo che si allena da 6-7 mesi con me, con un trascorso di 10 anni in seno a due grandi organizzazioni di WX: “La gestione del corpo della Scuola di Rossi, il suo modo di affrontare il tema della mobilità, con tutte le conseguenze che queste cose comportano sul piano tecnico e di visione del combattimento, spalanca al praticante delle ‘finestre logiche’ che prima non solo erano chiuse ma delle quali non si sospettava nemmeno l’esistenza”. Io non mi sento di parlare di differenze, perché il confronto tra queste è possibile quando alla base c’è un impianto comune e quindi le singole differenze sono distinguibili individualmente. Per noi invece l’intera struttura del sistema, dai principi alla gestione del movimento, giù fino alle singole tecniche, si caratterizza in modo così specificamente diverso dal WX che comunemente si vede in giro, da non rendere significativa un’analisi “per differenze”. Ha senso confrontare una tigre con un leone, molto meno con un delfino. Una tecnica nostra non si differenzia dalla tecnica con lo stesso nome ma di un altro stile per l’angolo di contatto o il tipo di passo o la forza impressa ma per come è gestita dal corpo in coerenza con i principi. Quindi, nonostante qualcuno ci dica che noi non facciamo WX ma qualcos’altro, la nostra Scuola si basa con la più assoluta coerenza sui principi tramandati dal WX stesso. Questo credo spieghi anche quanto ho detto prima sull’allenamento di qualità: il nostro modo di muoverci, di attaccare e di difenderci è una conseguenza diretta dell’applicazione logica dei principi. Senza eccezioni. Se uno stile dice di voler evitare la forza dell’avversario, come può accettare gli scontri frontali forza-contro-forza? Qui torniamo al tema dell’allenamento di forza, velocità e aggressività, dove necessariamente prevale chi è più forte, veloce e aggressivo. Noi crediamo che la tecnica conseguente all’applicazione dei principi possa far prevalere anche chi è meno forte, purché sappia come muoversi e conservi la capacità di cambiare-mutare se gli eventi lo richiedono, con la necessaria lucidità mentale. Se proprio devo caratterizzare la nostra Scuola in tre punti, parlerei di a) coerenza con i principi del WX, b) gestione del corpo, c) lucidità mentale. Non per questo rispetto dei principi noi diciamo di fare WX “tradizionale”. Secondo me, come per tutti gli aspetti della vita ciò che è tradizionale deve sapersi evolvere con il tempo e le mutate esigenze. Un WX fermo a 100 anni fa, che si sforzi di replicare il modo originario di applicare i principi, è destinato a fallire. Ciò che non si evolve, arretra. I calciatori di 50 anni fa oggi non vedrebbero palla. Le nuove arti marziali, le MMA, le nuove tecniche di altri stili impongono uno studio continuo e progressivo di quanto si fa. Un WX “non critico” è un WX morto: ciò che si evolve smette ipso facto di essere tradizionale. Io credo nei principi del WX e credo che funzionino. Ma credo altrettanto fortemente che per farli funzionare serva una tecnica che ad essi si ispira e su di essi si costruisce. Se invece la tecnica viene costruita su uno stile ingessato o – peggio – su basi incoerenti con i principi, si hanno dei problemi che poi sfociano nello “studio dell’angolo giusto per il tan-sao” o in certe guardie statiche e – quindi – presuntuose. Uno dei temi recenti del dibattito sul WX è la sua eccessiva staticità. Molte scuole, vecchie e nuove, provano a modificare questo stato di cose, ma quasi tutte a nostro avviso non tengono ancora in sufficiente conto l’aspetto dell’energia complessiva dell’avversario che non è un movimento di 5 cm più a destra o a sinistra a farla evitare. Secondo noi – e qui concludo – serve proprio un nuovo modo di gestire il corpo.   
Quali sono i concetti di combattimento su cui è focalizzata la tua Scuola? 
Il WX nasce come disciplina non agonistica, ma come difesa da strada. Perciò la sua funzionalità deve essere rivolta alle situazioni da strada. A questo proposito, vorrei ricordare quanto mi ripeteva in diverse occasioni un mio amico, campione di Sanda in Russia e detentore di molti titoli a livello internazionale: “Nonostante tutte le situazioni che mi si sono presentate sul ring, se le guardo dal punto di vista mentale, tecnico, psicologico, non ce n’è mai stata una sola che potesse paragonarsi a quello che può accadere in strada”. Con ciò voglio dire che anche un atleta con enorme esperienza di combattimento deve “riprogrammarsi” quando affronta una situazione da strada. Il WX, sotto questo profilo, offre appunto il vantaggio di essere fatto apposta per gestire un confronto senza regole, come accade per strada. Con ciò non voglio assolutamente dire che un esperto di altre arti marziali debba per forza trovarsi impotente per strada: può anzi essere che egli risulti estremamente efficace, devastante e quant’altro ma credo che il confronto di tipo casuale che si può proporre per strada debba essere trattato con un approccio specifico e dedicato, quale il WX può offrire. L’abbigliamento nostro e dell’aggressore, il nostro e il suo stato fisico e mentale, il grado di pericolosità della situazione (noi soli o con qualcuno da difendere), le condizioni logistiche, lo stress sono tutti fattori variabili che devono essere studiati uno per uno e in combinazione per saperli gestire quando si presentano. Devo ammettere che la mia esperienza personale, maturata soprattutto negli anni giovanili a cui ho fatto cenno prima, in cui frequentavo compagnie piuttosto “vivaci” e francamente orientate allo scontro con compagini rivali, mi è servita non poco per analizzare con cognizione di causa la gamma di situazioni che si possono ricreare in uno scontro senza regole. Il mio metodo di insegnamento cerca quindi di tener conto, nel modo più approfondito che una simulazione in palestra rende possibile, di tutti quegli aspetti imponderabili di cui ho parlato sopra. Essi devono assolutamente essere tenuti in considerazione come condizioni “normali”, per non lasciare l’allievo alle prese con un livello di stress ingestibile, tale da impedirgli di reagire con le tecniche che pure può aver imparato correttamente.   
Ci puoi dire qualcosa sulle varie forme, dalla Siu Nim Tau alla Chum Kiu, sino ad arrivare alla Luk Dim Poon Kwan ed alla Bart Cham Dao? 
Le forme della tradizione del WX non corrispondono alla mia interpretazione dei principi, soprattutto per quanto riguarda la gestione del corpo. Per questa ragione, nella mia Scuola non vengono insegnate, mentre invece ne sto introducendo di diverse, coerenti con il nostro modo di muoverci, di gestire la forza dell’avversario, di conservare una capacità reattiva fondata sulla costante presenza dell’equilibrio dinamico. 
Grazie! 
Grazie a te Riccardo, colgo l’occasione per salutarti e farti i migliori auguri per il tuo cammino marziale!

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