Il Tao come stile di vita III

Nel corso del nostro studio e della nostra ricerca è bene fare un salto anche nella struttura corporea umana, specialmente per spiegare bene ciò che concerne il sistema nervoso, che è in perfetta connessione con la pratica marziale, ma anche con la ricerca del Tao.

Il sistema nervoso è diviso in due parti: il sistema nervoso centrale e quello periferico. Vi è poi il sistema neurovegetativo (Ortosimpatico e Parasimpatico). Il primo comprende il cervello, il midollo spinale e le sue diramazioni. Il secondo è invece costituito dalla massa nervosa che risiede nella zona pelvica, addominale e toracica.

Al sistema cerebro spinale sono affidate le funzioni intellettive e i movimenti del corpo, mentre al sistema simpatico è delegata l’eccitazione delle varie funzioni quali la circolazione, la respirazione, la digestione, etc. A quest’ultimo è attribuita l’immagine di un doppio binario che fiancheggia i lati della spina dorsale, partendo dall’addome fino alla testa e interrotto sistematicamente da gangli nervosi, collegati fra loro. Questi sono poi uniti al sistema cerebro spinale mediante dei nervi, capaci di trasmettere impulsi sensoriali e motori.

Le terminazioni nervose, che partono dai gangli, confluiscono in una zona importantissima, conosciuta sotto il nome di plesso solare, il quale è sito all’altezza della bocca dello stomaco – in corrispondenza dello sterno – e, più in profondità, ai lati della colonna vertebrale. La cultura orientale ha sempre attribuito grande importanza a tale “centro” alla pari del cervello stesso e del basso addome, se non forse di più: sta di fatto che esso viene considerato come la zona in cui il Ch’i viene ad accumularsi. L’uomo deve comunque la propria vitalità al Ch’i, a questa comune essenza e, anche se non pienamente cosciente, deve sapere di poterne sempre disporre. L’energia che è in ogni persona si manifesta in due modi differenti: attraverso la forza fisica o attraverso la forza psichica.

Normalmente l’uomo conosce soltanto una parte di tali forze, le quali si manifestano nella vita quotidiana mediante la possibilità di muoversi (forza fisica) e la volontà di deciderlo (forza psichica). In realtà ne esiste una grande riserva nascosta dentro di noi, che noi ignoriamo. Se potessimo fare un paragone, potremmo immaginarla come la parte immersa di un iceberg che rappresenta i 2/3 del tutto alla quale corrisponde, in superficie, quella emersa che ne rappresenta, invece, 1/3.

L’energia nascosta, la forza interna, è ben nota alla cultura orientale. Accedere ad essa non è cosa facile, perché generalmente si manifesta in modo incontrollato, senza che l’uomo possa avere la capacità o la possibilità di “organizzarla” o di frenarla tanto facilmente. Nella pratica di alcune discipline bisogna, però, imparare ad usare tale forza in qualunque momento sia necessario, mediante l’unificazione dell’energia nostra con quella dell’universo (microcosmo e macrocosmo). In questo modo risulteranno elevate all’ennesima potenza sia la forza fisica, sia quella psichica e si potrà facilmente sopportare uno stress prolungato, a cui nessuno resisterebbe, o altri tipi di stimoli quali il freddo, la sete, il dolore, etc. controllando le funzioni organiche e non organiche.


Al fine del controllo interiore, parecchio servirono le correnti filosofiche, che si ripromettevano di aiutare l’uomo ad affrontare i problemi della vita, a comprendere e ad agire nel modo più valido possibile, di fronte alle avversità. Delle varie correnti, vennero presi in considerazione due concetti abbastanza diffusi ed atti allo scopo: il concetto di Centro ed il principio dell’Energia Interiore.

Osservando con spirito critico il mondo circostante, tenendo sempre presente anche quello interiore, ci si accorge che il caos è dappertutto e si manifesta attraverso la molteplicità, la confusione, la contraddittorietà e la sofferenza. In particolare tutte le angosce dell’animo ci impediscono di guardare le cose nel giusto verso e ciò, nell’uomo, crea instabilità, inganno e deviazione dai fini migliori. Come se non bastasse, l’individuo finisce per travisare il tutto e volgersi anche contro i suoi simili.


L’enorme fenomenologia dei casi dell’esistenza porta l’essere umano ad un disorientamento generale nel mondo delle false apparenze, ciò a causa di insormontabili ostacoli alla realizzazione di ideali di valore assoluto. Nel turbine delle sensazioni e delle esperienze falsate, possiamo e dobbiamo, in compenso, ricercare l’unicità, quale supremo punto di riferimento. L’unicità va intesa come sostanza essenziale o “centro” dell’esistenza: nel Centro il molteplice diviene unico, il disordine ordine, l’incomprensibile comprensibile, la morte vita, etc.

Il punto di incontro di tutte queste caratteristiche opposte è sempre e ovunque individuale e soggettivo, ma è vero Centro solo se comprende ed unifica tutti gli aspetti e le qualità eterogenee del mondo universale. Al contrario è falso se ne coglie soltanto alcuni aspetti. Nella cultura orientale la materializzazione fisica del centro era stata individuata nel basso addome, conosciuto dai cinesi come Tan T’ien (o Dan Dien) e dai giapponesi come Hara, in cui convergono vita e morte, nonché formazione ed evoluzione della personalità.

La dottrina, sviluppatosi su tali teorie, indica all’uomo la Via per comprendere se stesso e a questa via si perviene mediante la meditazione introspettiva, realizzando la prima delle cosiddette tre integrazioni, previste ed affermate da più di una corrente con varie sfumature. Affinché possa conseguirsi l’armonia è però necessario che l’uomo collabori con i suoi simili per il bene collettivo (raggiungimento del Centro della dimensione sociale) e raggiunga, in ultimo, il Centro della dimensione cosmica della “centralizzazione”, mediante la suprema intuizione e coscienza di essere giunto alla meta assoluta.

È in questo che trova luogo l’equilibrio universale. A tal punto è bene chiarire il significato di certa terminologia tecnica. Per “integrazione” si intende la conquista di uno o di tutti e tre gli stadi della saggezza ed è strettamente legata al concetto di Centro. Infatti, si usa la dicitura “integrazione nel Centro individuale – sociale – cosmico”, quando si vuole indicare che l’Iniziato ha raggiunto o carpito l’essenza di questi stati di relativa perfezione. Con l’occasione è meglio specificare l’equivalenza sommaria tra i termini “centralizzazione” e “integrazione”, perché l’uno implica logicamente l’altro. Ad essere meticolosi, “centralizzarsi” significa porre se stessi come punto fermo nel processo di maturazione interiore. I tre gradi (individuale, sociale, cosmico) indicano il livello conseguito nel suddetto processo.


L’esatta fusione dei tre centri rappresenta il fine ultimo dell’uomo: colui che riesce a centralizzarsi nel proprio Tan T’ien, inteso come punto di raccolta e di sfruttamento del Ch’i e, quindi, come potenziale spinta alla saggezza, gode di eterna armonia e beatitudine, non essendo più soggetto a conflitti interiori e tantomeno esteriori. Ciò è possibile, una volta che ci si è liberati dal turbine degli aspetti quotidiani, mediante il controllo nitido e determinato del circostante.

Attraverso la meditazione introspettiva e la conseguente centralizzazione, l’uomo scopre in sé una nuova forma di energia, molto potente e diversa da quella sviluppata dal sistema muscolare. I Cinesi erano convinti che tale forza scaturisse per effetto della suddetta centralizzazione (effetto volontario), oltre che in alcuni casi di grave pericolo per la propria vita (effetto involontario). Credevano anche che, grazie alla forza nascosta, l’uomo potesse adoperarsi con successo nella comprensione e nel controllo della molteplicità dei fenomeni, attraverso un particolare procedimento volto ad “imbrigliarla” e a saperne disporre all’occorrenza.


Una volta compresa la molteplicità caotica, allo stesso modo l’uomo può orientare la sua attenzione sulla vita, che altro non è se non un aspetto della trasformazione, del divenire e, quindi, del molteplice. Durante tale fase di riflessione, il basso addome, il Tan T’ien o l’Hara, muta da centro di comprensione a centro di vita. L’armonia universale è perciò quella che deriva dall’unione dei tre Centri: Individuale, Sociale, Cosmico.

È proprio grazie al controllo e al raggiungimento della triplice centralizzazione che risulta possibile varcare la soglia dell’impossibile, cogliendo l’essenza della forma primordiale, caratterizzata dall’equilibrio conflittuale di tutti gli elementi opposti tra loro. Da questo deriva che più è intensa la centralizzazione nel basso addome, tanto più è vasta l’intensità dell’energia, cui potere attingere. In sintesi vi sono tre gradi per l’uomo, prima che riesca ad afferrare l’Universale: nel primo stadio (ogni stadio inferiore può considerarsi indipendente da quello superiore, perché non lo presuppone; al contrario, ogni stadio superiore implica il già avvenuto raggiungimento di quelli inferiori) si ha la centralizzazione individuale, che viene identificata con la coordinazione tra il corpo e la mente; da ciò deriva grande forza e vitalità. Nel secondo stadio avviene la centralizzazione sociale, in cui alla potenza ed alla vitalità si assommano le energie necessarie per il conseguimento dei fini di interesse collettivo (potere di guidare le masse, carisma). Nel terzo ed ultimo stadio si ha la centralizzazione cosmica, la percezione dell’assoluto e l’onniscienza; a differenza dei due centri precedenti ed inferiori, modificabili dall’uomo per fini positivi o negativi, il terzo centro supremo è esclusivamente giusto, dato il carattere di imparzialità, dovuto al perfetto equilibrio degli elementi opposti, di cui si compone.

Per lo sfruttamento dell’energia coordinata sorsero molte correnti di pensiero; le prime furono originarie del Tibet, della Cina in generale e dell’India. Ognuna aveva caratteristiche proprie ben definite. Un metodo di incanalamento e di controllo dell’energia coordinata era basato su precisi esercizi, per la cui pratica bisognava conoscere tecniche di meditazione, concentrazione e respirazione. In particolare quest’ultima si dimostrava indispensabile per lo sviluppo ed il controllo del Ch’i.

Sulla base dei concetti di Centro e di Energia Iteriore sorse una vera e propria arte, conosciuta sotto il nome di Haragei. L’arte dell’Haragei prometteva in un certo senso ai suoi cultori di aiutare l’uomo nei molteplici problemi esistenziali: detto fine fu dimostrato raggiungibile e tutt’oggi l’Haragei è largamente praticato.

L’effetto principale di una sua corretta applicazione si manifesta nella visione universale e distaccata di ogni fenomeno, di cui si possa avere esperienza mediante i cinque sensi. Però il distacco spesse volte diveniva anche materiale e l’uomo poteva escludere il dolore fisico dal corpo come se da questo potesse sdoppiarsi e guardare freddamente tutto ciò che gli accadeva: questo spiega come fosse possibile per molti Monaci restare impassibili e sereni di fronte alla morte, sopportando il freddo e il fuoco.

L’assimilazione dell’Haragei consentiva e consente, infatti, limpidità interiore, fredda calma, decisionalità, armonia assoluta e distacco totale dal mondo materiale, quando ce ne sia bisogno. Mentre la limpidità interiore, la fredda calma e la decisiomalità sono il frutto della pratica dell’Haragei, la potenza, la precisione e la velocità possono essere invece migliorati con il Kiai. Scomponendo la parola, troviamo che il Ki (o Ch’i) significa “energia intrinseca”, mentre Ai (riunire o condensare) vuol dire armonia: si rammenti che il concetto di armonia implica la concentrazione di tutti gli elementi nella Unicità. Potremmo definire il Kiai come l’energia concentrata o come la potenza armonica della personalità. Il suo agente catalizzatore (che ne accelera, cioè, l’effetto) è la voce umana.

Anche il Kiai affonda le sue radici nel Tibet. Fin dall’antichità il grido dello spirito – così era chiamato – fu tenuto in alta considerazione, raggiungendo in breve tempo un elevato grado di perfezione, al punto tale da divenire la potenziale, unica arma, laddove fosse stato necessario.

Il Kiai è la concentrazione fisica e mentale nella parte del corpo che si vuole utilizzare. Mediante la voce, modulata per altezza, tono e vibrazione è infatti possibile tale concentrazione di energia. La veridicità di quanto detto è comprovata anche dall’uso che se ne fa anche in alcuni sistemi di cura e rianimazione. Esso potrebbe definirsi come l’espressione sonora dell’Haragei.

Esaminiamo come deve essere sviluppato e praticato. Normalmente si assume la posizione del Cavaliere (Ma Bu), si inspira lentamente, in profondità, riempiendo per gradi i polmoni, dopo di che si espira con forza, mediante una potente spinta contrattiva, fornita dal basso ventre. In questo preciso istante si sprigiona un verso molto simile al monosillabo “uhmm”. In tal modo, l’addome passerà dalla posizione di pieno a quella di vuoto, per effetto della violenta contrazione. Questo cambiamento del volume addominale può constatarsi adagiando le dita al di sotto dell’ombelico; l’accorgimento suggerito serve ad aiutare l’autodidatta a comprendere e ripetere correttamente il giusto movimento dell’addome, secondo il seguente ordine cronologico: l’Hara deve essere pieno durante l’inspirazione, mentre deve essere vuoto durante l’espirazione. Il grido che viene emesso è dato quindi dalla violenta contrazione del basso ventre e non dalle corde vocali, come si potrebbe pensare.

Continua…

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