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Dare sempre una seconda possibilità

I riti di passaggio, di crescita, di cambiamento sono sempre esistiti in tutte le culture antiche di questo pianeta. Il loro intento era quello di aiutare gli individui, attraverso specifici rituali, a lasciarsi alle spalle stadi superati e vecchi della loro vita, entrando nel nuovo percorso, nella nuova fase di crescita. Nel Taoismo questo concetto è ancora più marcato e, se vogliamo continuare a camminare su questa Via, è necessario farla propria nella vita di tutti i giorni.

Nella vita di oggi, questi riti di passaggio non sono più usati consapevolmente. Pensiamo al gesto del saluto, semplice quanto denso di significato, che va via via scomparendo. Durante la pratica del Wing Chun Kyun, tramite l’incontro e la connessione, la gli Allievi trascendono i propri limiti abituali, entrando in aree di sé a volte poco o per niente conosciute. Questi incontri collettivi producono già dei cambiamenti. Tuttavia, essi non affrontano le tematiche dei condizionamenti personali, ricevuti fin dalla più tenera infanzia, che ci legano e ci trattengono individualmente al passato e al conosciuto. A causa di questi condizionamenti, non ci è possibile affrontare la vita in modo fresco e nuovo. Già da giovani, tendiamo a vedere la vita attraverso occhi vecchi. 
I condizionamenti possono prendere forme molto diverse. Possono essere dovuti all’invasione fisica, come le bòtte o il rifiuto di contatto. Oppure emotivamente, attraverso il sabotare o il negare il sentire del bambino o, ancora, a livello mentale, non dando al bambino la possibilità di scoprire chi è veramente e cosa realmente gli piace. Non solo ci impongono regole su come essere, ma si frappongono anche alla nostra ricerca di chi siamo realmente.

Siamo condizionati da famiglia, scuola, religioni e ambiente. Molto di tutto ciò non accade a livello consapevole. La gente che ci condiziona per lo più sta semplicemente passando a noi ciò che è stato fatto a loro. Sovente sono i genitori a passare inconsapevolmente o meno ai figli tutta la pressione che loro hanno ricevuto dal loro ambiente circostante riguardo al loro status, al lavoro, al denaro. Il risultato del loro condizionamento è che non sempre i figli riescono a trovare la propria direzione, loro Via.

Il Taoismo ci insegna che abbiamo tutti diritto ad una seconda chance. In realtà, sei tu che la dai a te stesso. Si tratta della scelta di non sprecare tempo nella nostalgia o nelle vecchie ferite, non rimanendo vincolati al passato, in un modo o nell’altro, andando verso la comprensione sincera e devota del “Qui ed Ora“, tanto cara ai Latini quanto ai Buddisti. Questa espressione non è esclusivamente riferita ad un atteggiamento interiore specifico del momento della meditazione, ma vuole anche esprimere la realizzazione di una predisposizione e di un atteggiamento dell’animo in perfetta armonica integrazione ed interazione non solo della persona verso se stessa e la propria vita interiore, ma anche nei confronti della realtà esterna e circostante in cui l’Uomo vive e si trova immerso.

Significa vivere ciascuna azione e ciascuna situazione con la massima pienezza ed intensità, unitamente alla massima consapevolezza delle proprie sensazioni interiori. Infatti il Buddismo insegna a realizzare sempre, in ogni circostanza di tempo e di luogo, la piena consapevolezza di ogni più piccola percezione dei sensi, degli stati d’animo e di ogni situazione si stia vivendo, unitamente ad ogni azione che si stia compiendo: in questo consiste il “qui ed ora” che emerge dall’insegnamento del Buddha.

Proprio per questo, ognuno di noi merita ed ha sempre diritto ad una seconda chance. Una volta che hai compreso questo in modo profondo, puoi cominciare a riconoscere che la vita ti dà continuamente miriadi di nuove chance, che la convinzione che dobbiamo fare tutto giusto e perfetto al primo tentativo, che i vecchi condizionamenti ti hanno fatto credere, è un concetto obsoleto. Imparerai che la vita è un esperimento. Che ti invita a giocare, scoprire, continuando ad andare avanti. Charavedi, dice Buddha: continua ad andare avanti.

Perché scrivo tutto questo? Semplicemente perché ho deciso di accogliere nuovamente nella mia Famiglia di Wing Chun Kyun un vecchio amico, Walter Longo,  che si era allontanato silenziosamente, senza sbattere la porta, alla ricerca di se stesso e di qualcosa di più gratificante, rispetto a ciò che aveva già trovato nel mio Kwoon. Oggi, però, mi chiede di rientrare in Famiglia, perché non ha trovato altrove ciò che già gli era stato offerto: Amicizia, Lealtà, Serenità.

Siccome pratichiamo un’Arte Marziale, è bene anche sottolineare il fatto che il nostro amico Walter torna ad allenare ciò che più gli piace, dopo aver nuovamente sperimentato altre Vie, altri Percorsi, validi e degni di rispetto, ma che, alla fine, non lo hanno appagato fino in fondo come il nostro. Ognuno deve andare alla ricerca della propria strada, perché l’insoddisfazione prende spesso il sopravvento quando perdiamo la consapevolezza di noi stessi e le esperienze come quella di Walter fanno bene alla salute dello Spirito, perché lo rafforzano, grazie agli errori.

Pubblico di seguito la lettera di Walter, indirizzata a me ed a tutta la nostra Famiglia. Spero che tutti i miei Allievi accettino le sue sincere scuse, perché la seconda possibilità va concessa a tutti, se vogliamo davvero camminare nell’ottica Tradizionale. Sta di fatto che per un periodo che andremo a valutare in seguito, la mia fiducia e quella di tutti i Fratelli andrà riconquistata a poco a poco, come Walter sa bene, non attraverso le parole, ma con la dedizione, la fedeltà e la lealtà che contraddistinguono la mia Scuola. Bentornato a casa!

Il perché delle scelte…

Ciao Ragazzi, mi permetto di rubarvi solo qualche attimo della vostra convulsa giornata per farvi riflettere del perché di una scelta. In particolare parlo del perché della mia scelta di tornare ad allenarmi con il mio Si-hing Riccardo Di Vito* e con Voi.

 
Forse non molti sanno che quando mi avvicinai a questa fantastica Arte, dopo qualche anno, entrò in palestra un ragazzo non particolarmente robusto o atleticamente preparato, ma che possedeva un’incommensurabile voglia di apprendere. Noi, chiamiamoci ”vecchi”, anche se poi la dicitura non è alquanto esatta (visto il nostro infausto trascorso di appena 2 anni), eravamo un po’ titubanti sul praticare a cuore aperto il Wing Chun, invece lui, a fine lezione, non perdeva occasione di analizzare, affermare e anche criticare tutto quello che si viveva in quell’ora e mezza all’interno della palestra.

Destino vuole che le strade dei praticanti spesso si separino e, dopo un bel po’ di anni, i nostri percorsi marziali si riavvicinarono. La cosa paradossale è che entrambi gli atteggiamenti, il mio titubante e il suo entusiastico, rispecchiavano ancora i nostri atteggiamenti in palestra. Il mio, in particolar modo dovuto ad una falsa consapevolezza che il futuro marziale non aveva molto da offrirmi in termini di autenticità, il suo, invece, esattamente lo stesso, ma ora davanti avevo un vero praticante dedito all’allenamento più di quanto io avessi fatto nei miei momenti di gloria passata.

Purtroppo il tempo non è stato magnanimo con me come il buon vino e più passava, più il mio praticare diventava un obbligo mentale, non una passione autentica, con annessi tutti quegli atteggiamenti che, durante una lezione di arti marziali, sono indice di abbandono (controllare continuamente l’ora, guardare più che praticare, dare miriadi di consigli, ecc.).

Riccardo, in tutto questo, cercava di aiutarmi, rammentandomi la vera natura del nostro essere lì: cercare il nostro Centro… Un anziano SiFu ribadiva sempre ai suo Allievi che una volta varcata la soglia della palestra ed entrati in sala, tutto il mondo rimaneva fuori. Problemi, dubbi, impegni non appartenevano al mondo delle arti marziali, ma, come ogni buon consiglio, il non metterlo il pratica era sintomo del mio disinnamoramento. Fino a quando, annettendo futili motivi, questo settembre (2011) colsi l’occasione per lasciare il corso di Riccardo.

Purtroppo non gli diedi mai una razionale giustificazione della mia scelta, in quanto non c’era, era solo dettata dall’arroganza di credere che il tutto era stato sviscerato e che il corso, anche in futuro, non mi avrebbe potuto arricchire più di quegli anni passati nell’illusione di sapere abbastanza.

Incomincia allora ad allenarmi da solo, con una costanza che anche io stentavo a credere, facendo mio uno antico motto che recita: “l’80% dell’addestramento marziale è a solo”. Ma più passava il tempo e più mi accorgevo che mancava qualcosa. All’inizio pensai che era una guida,e allora incomincia a frequentare altri praticanti e Maestri più anziani di me, pronti ad aiutarmi in questo percorso “solitario”, percependo nel mio sguardo la radice della mia passione per questa fantastica arte.

Ma il problema, come Riccardo mi ripeteva, era nel Centro, nella ricerca del mio Centro e solo quando sono rientrato in palestra per parlare con Riccardo ho capito qual era la natura del mio Centro. Era negli sguardi dei mie compagni di allenamento, i quali, pur se avevo lasciato in malo modo, erano lì a chiedermi con un sorriso quando avrei ricominciato; era nelle parole di Riccardo, che più di preoccuparsi del fatto che stavo ritornando nel corso, si preoccupava se ero convinto di farlo.

Quindi, il perché della mia scelta è questo. Scelgo di continuare a cercare il mio Centro, aiutato da un vero amico, il mio Si-hing Riccardo * e dai chi, ogni giorno, suda e fatica, impegnando tempo e denaro per praticare Wing Chun. Grazie ragazzi, ci vediamo in palestra!

 Walter Longo

Nota:

* il termine Si-Hing, cioè Fratello Maggiore, non è corretto in ottica Tradizionale, in quanto ho iniziato ad allenarmi nel Wing Chun almeno due anni dopo Walter, come lui stesso ricorda. Semmai sarei potuto essere suo Si-Dai, cioè Fratello Minore, più piccolo. Ora, non so cosa sarebbe successo in Cina in epoche passate se un fratello minore si fosse allenato in modo talmente proficuo da acquisire più conoscenze del maggiore e, nel frattempo, esserne diventato insegnante, ma sta di fatto che il termine è errato nei miei confronti. Semmai, in qualità di ‘guida’ dovrei essere suo SiFu (almeno nella forma 师傅, come termine di rispetto, se non in quella 师父, come vero Maestro – invito a rileggere questo -, anche se non c’è mai stata cerimonia di Bai Shi), ma, siccome non amo classificarmi o ‘innalzarmi’ rispetto agli altri, andrà benissimo il solito appellarmi “Riccardo”, come fanno tutti quelli che mi conoscono e sanno della mia ritrosìa verso certe formalità. L’affetto, l’amore e la dedizione nei miei confronti, come i miei nei confronti degli Allievi, possono bastare a saldare un rapporto tra Maestro e Allievo, al di là dei percorsi precedenti, delle storie passate e, soprattutto, dei vincoli intercorsi in esperienze ormai morte e sepolte.

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