Crescere con la psicologia del confronto

La psicologia del confronto è un settore della psicologia che studia i parametri psicofisici che, in ogni individuo, condizionano l’esperienza di “confronto” dal verbale al fisico. Da tempo questo ramo di studi ha riconosciuto l’ampio valore formativo di tutte quelle Arti Marziali che contemplano, nel loro piano di formazione, lo scambio dinamico di tecniche, sino alle occasioni di sparring. Tali esperienze, attuate in un ambiente controllato come quello di una palestra, saranno propedeutiche all’esperienza di “confronto nella vita”. 
Infatti, è noto a coloro i quali si cimentano nelle varie forme di combattimento, quando l’avversario non ti dà tregua o un forte colpo ti spezza sia la forza fisica sia quella psichica, ci si trova in un confronto chiaro e diretto con se stessi, a faccia a faccia con le proprie paure e i propri limiti. Dopo ogni combattimento la realtà improvvisamente cambia aspetto, ogni cosa della vita si ridimensiona e tutto diventa più gestibile. 
Confrontarsi in palestra con un avversario e fare esperienza di ricevere un colpo ben assestato sul viso o al fegato scoprendo d’essere capace di non soccombere sotto il colpo, ma poterlo gestire ed addirittura utilizzarlo per reagire, fa sì che i problemi che prima apparivano insormontabili ed invadenti acquistino improvvisamente un nuovo aspetto più gestibile e meno distruttivo.
Ma come mai avviene ciò, secondo quale equazione psicofisica? In quest’occasione voglio approfondire due punti importanti nelle esperienze di confronto in palestra, che ritengo siano decisivi per ottenere i risultati di crescita sia nelle prestazioni fisiche sia psicologiche dell’atleta. In ogni disciplina marziale è contemplata una o più posizioni di guardia che hanno un duplice valore fisico e psichico. Solitamente la posizione di guardia ha il fine di porre l’atleta in condizioni tali da potersi difendere da qualunque tipo d’attacco, riuscendo, contemporaneamente, ad offendere.
Psicologicamente la posizione di guardia ha il fine di radicare l’atleta al terreno, agevolando lo scarico delle tensioni in eccesso e promuovendo un’adeguata concentrazione su se stesso. Studiando approfonditamente le caratteristiche psicofisiche delle posizioni di guardia è emerso però un limite, spesso espresso dalle stesse parole degli atleti: “…in questa posizione mi sento radicato, ma forse per portare i colpi mi sento come se fossi legato al terreno, come se la posizione di guardia mi limitasse nella possibilità di un’espressione dinamica dell’azione”. 
Il passaggio risolutivo per far fronte a tale empasse degli atleti è stato l’introduzione dello spostamento in avanti che accompagna ogni colpo. Fisicamente lo spostamento in avanti si ottiene avanzando con un passo nella stessa direzione della tecnica (o in altre, a 45°, per esempio) e più o meno contemporaneo al nascere dell’azione stessa (“mano tira piede”). La combinazione del passo associato alla tecnica consente di convogliare ed utilizzare la forza prodotta dal peso del corpo in movimento, arrecando cosi al colpo maggiore spinta e potenza di sfondamento. 
Psicologicamente lo spostamento in avanti sul colpo pone l’atleta nella condizione di potersi esprimere sentendo tutta la propria assertività, cioè agendo in modo chiaro e diretto, quindi soddisfacente per se stesso ed incisivo verso l’avversario. Emotivamente esprimersi in modo assertivo, può far giungere la paura spesso inconsapevole di sfondare il proprio confine ed invadere quello dell’altro rimanendone vittima. Superando tale paura con un mirato addestramento, lo spostamento in avanti sui colpi fornisce al praticante un forte senso di soddisfazione legato alla scoperta di “poter osare”. 
Molte persone sono bloccate all’idea di “osar avanzare” oltre i confini che sono loro familiari, fare tal esperienza ed ottenere risultati gratificanti, crea nell praticante un substrato di sicurezza in se stesso che poi porterà con sé in ogni esperienza di confronto sia nella vita sia in palestra. Nella mia limitata esperienza di vita ho più volte constatato il grosso senso di frustrazione accompagnato da una rabbia inespressa che provano le persone quando sono colpite dalle frustrazioni della vita quotidiana e non hanno avuto la capacità di reagire adeguatamente ad esse. 
In questi casi il colpo ricevuto sia esso fisico o psicologico diventa insopportabile e molto doloroso, rispetto allo stesso colpo portato con la stessa potenza, ma sapientemente gestito e immediatamente seguito da un’azione di contrattacco. L’individuo, infatti, che scopre di saper utilizare le proprie potenzialità per fronteggiare attivamente i colpi della vita e la possibilità di imparare a reagire in modo produttivo per se stessi, promuove una nuova consapevolezza di se stesso più sicura e gratificante. 
Nelle esperienze di confronto in palestra avviene la stessa cosa che avviene nelle sedute di psicoterapia, si impara a non soccombere sotto i colpi ricevuti ed a reagire alla loro violenza con altrettanta assertività nella risposta. Questo allenamento, come quello della psicoterapia, consente all’individuo-praticante di migliorare la stima per se stesso e soffrire meno per i colpi ricevuti
I due fattori, spostamento in avanti sul colpo e reazione attiva di contrattacco, sono ovviamente collegati tra loro. La loro combinazione armonica crea sia fisicamente sia psicologicamente un risultato vincente e gratificante per l’atleta, che attraverso il “semplice” lavoro di confronto in palestra acquista sicurezza in se stesso, da riutilizzare poi in ogni occasione di vita. Quanto detto però, per essere conseguito nel migliore dei modi, necessita di sempre di un Maestro che sia responsabile del proprio ruolo e sappia riconoscere le qualità sia fisiche sia psicologiche dell’atleta che ha davanti per agevolarne l’integrazione in maniera armonica. Qui sta la difficoltà di molti nel trovare serenità nella pratica…

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